Leader dei sulfurei Mercyful Fate e autore in proprio di una serie di album solisti, il King Diamond è stato tanto nell'immagine (mooolto KISS - Style) che nelle tematiche dei brani una delle colonne portanti dell'horror rock. Celebre per il suo tipico falsetto, dopo un breve periodo lontano dalle scene, dovuto a problemi di salute, è recentemente tornato a farsi sentire...nell'attesa di tormentare di nuovi i sogni dei tanti fans. Lunga vita al Re.
lunedì 15 aprile 2013
venerdì 12 aprile 2013
IL PERSONAGGIO: DAVID BYRON
Per uno strano scherzo del destino, a differenza di quanto avvenuto a tanti blasonati colleghi, nemmeno la prematura morte, in pieno "rock'n'roll style", è riuscita a dare al carismatico David Byron lo spazio e la visibilità, per quanto postuma, che si meriterebbe. Frontman della formazione classica degli Uriah Heep dall'esordio del 1970 sino alla metà del decennio, ha con essi pubblicato una serie di dischi che rientrano appieno nello status di classici dell'hard rock (con venature progressive) inglese. Da "Very 'Eavy Very Umble", passando attraverso "Look At Yourself" e "The Magician's Birthday" il gruppo si è costruito una reputazione tale da affiancarlo a Deep Purple, Led Zeppelin, Who e Black Sabbath in una ipotetica "Hall Of Fame" del rock britannico del decennio. Screzi con il tastierista Ken Hensley (come disse in seguito quest'ultimo il discorso fu: "Scegliete, o lui o me!") portarono nel 1976 all'estromissione di Byron dalla band, primo passo verso un lento ma inesorabile declino, costellato da fallimentari progetti musicali e da un orgoglio tale da indurlo a rifiutare persino il reintegro nella formazione nel 1981, quando oramai era chiaro che la sua carriera solista non avrebbe portato da nessuna parte. Perso nei ricordi della gloria che fu e nell'incubo di un misero presente in cui non si riconosceva, David si spense quattro anni dopo per un attacco epilettico aggravato dall'ormai costante abuso di alcolici. Ci piace immaginarlo lassù, tornato ad essere ciò che si era considerato per tutta la vita: una stella.
martedì 9 aprile 2013
RACCONTAMI LE TUE FANTASIE...
Evidentemente lo scandalo e la conseguente dose di pubblicità dovuti al video per "Justify My Love" nel 1990, censurato da MTV e trasmesso solo a tarda notte a causa degli alti contenuti erotici, devono avere portato Madonna alla conclusione che oramai tutto le fosse concesso e nessun argomento fosse oramai un tabù per "Her Pop Majesty". Ecco così spiegato un disco come "Erotica", album che già dal titolo esplica in maniera inequivocabile i punti che qui si vuole andare a...toccare. Con una buona dose di coraggio (o presunzione, se volete) in contemporanea all'album viene pubblicato anche il libro fotografico "Sex" nei cui scatti la cantante, assieme ad una serie di celebrità tra cui Naomi Campbell, si mostra in pose che lasciano pochissimo, se non nulla, all'immaginazione. L'album, al di là dei temi trattati, mostra anche un deciso rinnovamento nello stile che, abbandonando in parte il classico pop della passata produzione, anticipa molti dei trends del decennio in corso: rap, musica d'atmosfera e dance trovano equamente spazio all'interno di un disco che la critica considera uno dei migliori dell'artista. Per una volta, però, la carta stampata è molto più benevola nei confronti di Madonna di quanto lo sia il pubblico, che snobba un pò il lavoro. Non si tratta di un vero flop in sé, ma con soli cinque milioni di pezzi smerciati, il paragone con le vendite dei dischi precedenti è impietoso e mostra un certo calo di immagine cui la cantante dovrà far fronte per parte del decennio. Per l'ennesima volta, tuttavia, la star dimostrerà di non essersi affatto pentita delle sue mosse: nel brano "Human Nature", contenuto nel successivo lavoro "Bedtime Stories", canterà infatti con tono ironico "Ops, non sapevo che io non potessi parlare di sesso!".
venerdì 5 aprile 2013
IPSE DIXIT!
Essere caustico in certi commenti è una caratteristica innata di molte persone che si dilettano con la scrittura, sia in maniera amatoriale (come il sottoscritto), sia per vera professione. I critici musicali nello specifico talvolta sanno essere delle vere iene. Ecco alcuni esempi di celebri stroncature:
"Un disco perfetto da regalare per Natale a qualche parente sordo” (La rivista NME su "Jazz" dei Queen)
"Se questo gruppo ce la farà io dovrò suicidarmi." (La giornalista di Rolling Stone Melissa Mills riguardo il primo album degli Uriah Heep)
"Ridicolo, con McCartney che urlacchia poco convinto contro un muro di feedback". (Il critico Ian MacDonald su "Helter Skelter" dei Beatles)
.........................................E poi sarei io quello cattivo?
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martedì 2 aprile 2013
ALTRE VOCI, PARTE III
Terminati gli impegni promozionali per "Fear Of The Dark", Bruce Dickinson decide che il suo tempo nei Maiden è oramai scaduto, e molla il colpo per dedicarsi in pieno alla carriera solista, che aveva avviato già nel 1990 con "Tattooed Millionaire". Steve Harris e compagni ingaggiano il poco noto Blaze Bayley proveniente dai Wolfsbane, pubblicando una coppia di dischi che sono considerati (non a torto) i peggiori parti della Vergine di Ferro. La colpa non è tutta del buon Blaze, il quale ce la mette tutta (nel limite delle sue -scarse- possibilità) per coprire una posizione così "scomoda" come quella di frontman di uno dei gruppi metal di maggior successo, ma in generale al songwriting che rasenta i minimi storici. Anche i fans più oltranzisti sono delusi dal nuovo corso intrapreso dalla band e per i Maiden non c'è via di scampo: bisogna richiamare Bruce! Detto, fatto: nel 2000 esce "Brave New World" un buonissimo comeback che vede il reintegro non solo di Dickinson, ma anche di Adrian Smith. Con una line up estesa a sei elementi, la band inglese affronterà una seconda gioventù, testimoniata da lavori qualitativamente altalenanti, tuttavia baciati da un notevole successo di pubblico.
sabato 30 marzo 2013
...E LIBERACI DAL MALE. AMEN.
Sebbene non sia il l'album più venduto della Regina del Pop, primato che spetta al precedente "True Blue" del 1986 (venticinque e passa milioni di pezzi) ed alla successiva raccolta “The Immaculate Collection” (trenta milioni), "Like A Prayer" è probabilmente IL disco fondamentale per comprendere tanto la donna Louise Veronica Ciccone, quanto l'artista Madonna. La fine del matrimonio con il rissoso Sean Penn ha indubbiamente contribuito allo sviluppo di un lavoro che, lasciatosi alle spalle la gioiosità di “True Blue” (nato non a caso quando la storia tra le due celebrità viveva il suo zenith), vira verso lidi più impegnati e riflessivi, in un tentativo di autoanalisi che parte dalla difficile infanzia della cantante, profondamente segnata dalla scomparsa della madre, e arriva al presente. Un disco nato per far discutere, insomma, e che riesce sin da subito nel suo intento grazie alla bagarre scaturita allorquando viene trasmesso il video del primo singolo. Croci in fiamme, Madonna con le stigmate e un Cristo di colore forse sono fin troppo per quegli anni così leggeri: il pubblico si divide, la Chiesa taccia l'artista di blasfemia e la Pepsi rescinde il contratto di sponsorizzazione del tour. Il passo più lungo della gamba? No, perché se è vero che, bene o male, l'importante è che se ne parli, alla fine è tutta pubblicità, gratuita peraltro, e fatti i conti sono in quindici milioni ad accaparrarsi una copia di questa “pietra dello scandalo” ed il successivo “Blond Ambition Tour” incassa 60 milioni di dollari. Dalla title track “Like A Prayer” che apre il disco, passando attraverso “Express Yourself”, “Love Song (scritta ed eseguita assieme a Prince) “Dear Jessie” e “Oh Father”, l'album non ha un solo punto debole. Quando si dice “Un disco della Madonna”...
mercoledì 27 marzo 2013
MEGLIO SOLI CHE MALE ACCOMPAGNATI, PARTE III
Terminati gli impegni promozionali relativi al masterpiece "New Jersey", i Bon Jovi decidono di prendersi una lunga pausa (che terminerà solo a fine '92 con la pubblicazione del discreto "Keep The Faith"), ma nel frattempo né Jon Bon Jovi né Richie Sambora restano con le mani in mano, giacché entrambi pubblicano album solisti. Mentre il disco di Jon deve molto alle sonorità della band madre, quello di Sambora si sposta verso lidi maggiormente blues e "notturni", ponendo in risalto le eccellenti doti vocali del chitarrista, che fino ad ora era stato relegato ai soli cori nelle produzioni del gruppo. Un album eccellente nel complesso ma, purtroppo, destinato a perdere il confronto, quantomeno commercialmente, con quanto pubblicato dal biondo singer. Non è mai troppo tardi, comunque, per rivalutarlo.
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