E pensare che nacque tutto da un equivoco... All'indomani della pubblicazione del masterpiece "Aqualung" (1971), furono in molti a considerare il disco come una sorta di concept-album, trovando un filo conduttore che legasse tra di loro tutti i brani. Ian Anderson, che da parte sua non aveva previsto in nessun modo una simile interpretazione, colse la palla al balzo e, per irridere i critici, con il successivo "Thick As A Brick" non si limitò a registrare solo un disco che fosse un vero concept, ma lo portò agli estremi: un unico lunghissimo brano (43 minuti!!), suddiviso all'epoca in due parti – una per facciata- per sole esigenze "pratiche", che metteva in musica un poema scritto da un fantomatico ragazzo prodigio, tale Gerald Bostock. Premiato da pubblico e classifiche, Anderson provò a ripetere l'esperimento nel '73 con il pretenzioso "A Passion Play" ma, come si suol dire, uno scherzo è bello finchè dura poco e stavolta il gioco non funzionò del tutto: ennesimo successo di pubblico (n° 1 negli Stati Uniti), venne invece stroncato dalla critica. Particolarmente aspra fu la recensione di Chris Welch apparsa sulla rivista Melody Maker ( "...Music must touch the soul. "A Passion Play" rattles with emptiness...") e i Tull reagirono annunciando il proprio scioglimento, salvo rettificare poco dopo. Evidentemente agli (allora) ragazzi, nonostante tutto, non era venuta meno la voglia di scherzare. Ma, preamboli a parte, com'è il disco? Strutturato, sulla falsariga del predecessore, come un solo lungo brano, ha la particolarità di essere intervallato da un breve intermezzo parlato ("The Story Of The Hare Who Lost Its Spectacles") dal tipico humour inglese, in pieno stile Monty Python. Per il resto , il lavoro amplifica tutti i difetti che potevano trovarsi "in fieri" già in "Thick As A Brick", portandoli all'eccesso: un susseguirsi di movimenti musicali che, per quanto pregevoli dal punto di vista strumentale, rendono l'ascolto dell'opera dall'inizio alla fine un vero "tour de force" fatto di passaggi slegati tra di loro e senza un apparente filo logico. La lettura dei testi, criptici a dir poco, non è di aiuto e lascia l'ascoltatore nella più totale confusione. Fatti i conti, se è vero che non tutte le ciambelle riescono col buco, qui non c'è nemmeno la ciambella, ma solo il buco (nell'acqua).
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mercoledì 12 marzo 2014
domenica 2 marzo 2014
THAT'S ALL FOLK(S): LA TRILOGIA "BUCOLICA" DEI JETHRO TULL
Dopo la sbornia progressiva di "Thick As A Brick" e "A Passion Play", la metà dei 70s vede i Tull indecisi sulla strada da percorrere: tra la soundtrack per un film mai realizzato ("War Child"), atmosfere elisabettiane ("Minstrel In The Gallery") e ritorni ad uno stile più scarno ("Too Old To Rock' n' Roll, Too Young To Die") il percorso della band è al limite della schizofrenia. Nel 1977 il trasferimento in una tenuta di campagna di Ian Anderson crea i presupposti tematici per quella che verrà denominata la "Trilogia Folk" dei Jethro Tull. "Songs From The Wood", primo capitolo di questo nuovo corso, è un lavoro eccellente, senza dubbio il migliore realizzato dai Tull nell'ultimo quinquennio, dotato di un songwriting ispiratissimo, capace di mescolare melodie facilmente assimilabili a parti strumentali tutt'altro che banali. Il successivo "Heavy Horses" segue le stesse direttive, risultando forse meno "facile" a causa di una maggiore complessità nella struttura dei brani che rimanda ai trascorsi "progressivi" della formazione (si prenda come esempio l'iniziale "And The Mouse Police Never Sleeps"). Dopo l'intermezzo live del doppio "Bursting Out", uscito a celebrazione del decennale discografico dei Tull, il capitolo conclusivo arriva con "Stormwatch", disco molto più cupo dei predecessori tanto nelle tematiche che nei suoni, ma che ha il pregio di consegnare quel gioiellino acustico di "Dun Ringill". Sicuramente non poco deve aver contribuito al tono funereo dell'album la precaria condizione fisica del bassista John Glascock, affetto da una patologia cardiaca congenita che ne causerà la morte poco dopo la pubblicazione del lavoro. Scosso dall'accaduto ed interessato a nuove sonorità in completa controtendenza rispetto a quanto sinora realizzato, Ian Anderson decide di prendersi una pausa dal gruppo per lavorare ad un progetto solista. Le cose andranno in maniera diversa dal previsto e per la band il nuovo decennio si rivelerà un periodo di profonde incertezze che la vedrà ripartire da zero, anzi da "A", come il titolo del lavoro che introdurrà la nuova incarnazione dei Tull negli anni '80.
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